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Strategie creative: l’arte portoghese risponde alla crisi

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Con la crisi dell’euro che infuria e i fondi pubblici e privati che se ne vanno, gli artisti portoghesi per sopravvivere hanno dovuto imparare a reinventare il mercato dell’arte.
Molti hanno lasciato la nazione, ma per coloro che sono rimasti l’obiettivo è quello di conquistare i compratori e gli investitori stranieri.

Se infatti la crisi finanziaria ha reso la vita estremamente difficile per molti portoghesi, per coloro che lavorano nel campo delle arti le cose sono ancora più complicate. In questo piccolo Paese storicamente povero, molti artisti di successo si allontanano semplicemente come forma di protesta, ma per coloro che hanno scelto di restare, la crisi finanziaria è solo l’ultimo ostacolo da superare.
“Ho pagato un prezzo per essere in Portogallo”, racconta in un articolo dello Spiegel Rodrigo Oliveira,  artista visivo che vive a Lisbona e che ha realizzato mostre personali sia in patria che all’estero. “Ad esempio è molto più facile per me vendere le mie opere in occasione di fiere d’arte internazionali piuttosto che qui. Ma bisogna anche pagare un prezzo per andare all’estero, in termini di perdita di contatto con il proprio modo locale di vedere le cose. E’ molto difficile avere successo qui, ma in fin dei conti lo è sempre stato”.

Per gran parte del 20° secolo, il Portogallo ha sofferto gli effetti di una dittatura di destra, in più l’economia del Paese ha lottato a lungo all’ombra del suo più potente vicino di casa, la Spagna. Questi problemi, rapportati alle piccole dimensioni del territorio, tuttavia non hanno impedito agli artisti di ottenere attenzione, sia a livello interno che internazionale. Ma proprio mentre il governo stava sviluppando l’infrastruttura idonea per supportare le arti, la crisi finanziaria ha spazzato via tutto.

Oggi le condizioni sono davvero difficili.

“Il Portogallo non ha mai avuto un sacco di soldi da destinare alle arti”, rivela allo Spiegel Jorge Barreto Xavier, ex direttore generale del Ministero della Cultura. “Siamo una democrazia giovane e nuova, in qualche modo, alla cultura: oltre il 40% delle persone era analfabeta quando la dittatura crollò nel 1974. Così, naturalmente, sostenere le arti non era una priorità in quei decenni”.

E non è una priorità ora, con la disoccupazione in aumento e i pacchetti di austerità che continuano ad arrivare.
Nonostante gli sforzi eroici per domare il deficit di bilancio, il Paese è ancora considerato dagli economisti come uno di quelli che potrebbe cadere dopo la Grecia. Queste, di certo, non sono condizioni ideali per sostenere le arti.
“Purtroppo, la maggior parte dei governi considerano la cultura come una spesa e non un investimento”, spiega Barreto, che è un’eccezione quando ritiene che l’arte “e tutte le altre forme di cultura sono fondamentali per una società democratica”. Quando il governo ha deciso di tagliare il budget del suo ministero, si dimise in segno di protesta.

L’uscita dalla scena politica di Barreto ha lasciato gli artisti locali a contendersi pochissimi posti.
Per loro, quindi, sono sempre più fondamentali gli investimenti esteri, le esportazioni. E i legami con le ex colonie, in tal senso, sono quasi provvidenziali: i più importanti collezionisti provengono dal Brasile e dall’Angola.

L’importante è resistere.
L’arte, necessariamente, deve riuscire a tenere le luci accese.

Foto: Avenida Fontes Pereira de Melo, Lisbona.

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