Cronache Bastarde

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Mafia. Letizia Battaglia: la mia Palermo tra sangue, giustizia e libertà

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Letizia Battaglia è una grande foto reporter italiana nata a Palermo, dove inizia la carriera giornalistica negli anni ’70 documentando il clima politico e sociale degli anni di piombo. Non è solo “la fotografa della mafia”: quelle foto in bianco e nero raccontano Palermo nella sua bellezza e nel suo dolore, i morti e le tradizioni, la vita quotidiana e i volti del potere. Una fotografa che non ha mai dimenticato le origini siciliane e che, 20 anni dopo l’assassinio dell’amico Giovanni Falcone, ha raccontato le esperienze di una vita a Peter Jinks, reporter del The Observer. Nel suo appartamento siciliano, Battaglia sfoglia davanti al giornalista alcune immagini catturate nel periodo in cui il feroce clan mafioso dei Corleonesi ha sostenuto in Italia la vita di governatori, poliziotti, intere famiglie mafiose e, infine, ucciso i due amici più cari: i giudici anti-mafia Giovanni Falcone e Paolo Borsellino. In questa splendida intervista, Letizia Battaglia come un fiume in piena  ripercorre, attraverso le foto, i momenti più importanti di una carriera fatta di passione, dolore e amicizie indimenticabili.

“Dalle fotografie traspaiono le emozioni più complicate, intrise di pietà e disperazione: le qualità che le elevano al rango di arte. Ma prima di ricevere applausi, premi e spazi espositivi lontani come New York e Amsterdam, c’è stato il riconoscimento nazionale di un tipo più accorato: le minacce di morte. Quelle che ha sempre ignorato nonostante Falcone stesso le consigliasse di nascondersi”.

“La risata è roca, ma una volta che i suoi occhi sono fissi su di te l’intensità è rivelata”.
“Guardami negli occhi!”,
dice al giornalista.
“Lei è mortalmente seria. Insiste sulla necessità di essere ascoltata. E fuma molto”.

Battaglia è stata implacabile perché, come emerge dall’articolo, riusciva a essere sulla scena di un omicidio, a qualunque ora del giorno o della notte, prima che il sangue dei morti cominciasse ad asciugare. “Quegli scatti urgenti, spesso sgranati, erano politica del tipo più incendiario. E facevano una domanda che nessuno, a quei tempi, avrebbe voluto o osato ascoltare: perché”?

“La cosa peggiore è che in un primo momento nessuno aveva capito da dove venisse questo inferno -racconta Battaglia al giornalista- Nessuno sapeva dei Corleonesi, che hanno sempre ucciso le persone migliori: i migliori giudici, i migliori poliziotti, i migliori politici. Ci sono voluti anni per capire cosa stava succedendo, grazie al lavoro di Falcone e alla testimonianza del pentito Tommaso Buscetta “.

Tuttavia, nel suo appartamento non ci sono solo fotografie di cadaveri. Gli scatti di Battaglia raccontano la Sicilia delle feste religiose, degli ospedali psichiatrici, dei quartieri più poveri e di quelli aristocratici. Reportage intesi come impegno sociale di ampio respiro, realizzati con il fotografo (e compagno di allora) Franco Zecchin. Insieme hanno vissuto un’esperienza di volontariato all’ospedale psichiatrico di Palermo, e la collaborazione con il Centro Siciliano di Documentazione Peppino Impastato.

Ogni ricordo di Letizia Battaglia non può prescindere, infine, dal raccontare la storia di una profonda amicizia: “Per quanto riguarda Falcone e Borsellino, ho solo elogi –dice al giornalista. Ho due fotografie di ognuno di noi insieme, scattate da mia figlia. Sono le fotografie più importanti della mia vita. Ero fiera di conoscerli. Questi due siciliani coraggiosi morti per difenderci”.

L’impegno di Battaglia nel combattere la mafia non è mai venuto meno. E, come ha dichiarato lei stessa in più occasioni, l’esperienza più importante in tal senso è stata quella con il sindaco anti-mafia di Palermo Leoluca Orlando, con il quale ha servito sia il consiglio comunale che il parlamento regionale: “gli anni più belli della mia vita”.
“Questo tipo di impegno politico, però, ha un prezzo. Quando ha comprato un appartamento in una delle parti più difficili della città, con l’intenzione di condividere i problemi della gente, l’abitazione è stata più volte svaligiata sotto gli occhi dei vicini di casa, fedeli “alla forma”: un cinico direbbe che le masse non riescono a ricambiare la solidarietà intellettuale”.

I ladri, per fortuna, non le hanno mai rubato i negativi. E pensare che quell’immenso archivio di foto avrebbe potuto fornire una prova sensazionale quando l’ex primo ministro italiano Giulio Andreotti si è trovato in tribunale per rispondere all’accusa di collegamenti con la mafia: “Battaglia, anni prima, aveva scattato una foto di lui durante una visita in Sicilia che lo mostra in compagnia di un mafioso. Nonostante questo, l’accusa non è mai riuscita a ottenere una condanna.
Una sconfitta per il movimento antimafia, una delle tante”.

Eppure, come emerge in ogni intervista a questa coraggiosa donna siciliana, Battaglia non ha mai perso la fiducia nelle istituzioni. Nonostante le sconfitte, ritiene ancora oggi che la risposta per sconfiggere Cosa Nostra sia ingannevolmente semplice: “la mafia può essere battuta, ma solo se la gente smette di votare per i politici disonesti. Non è più solo un problema siciliano. E’ in tutta Italia.”

Oggi non fa più reportage. A 78 anni le energie non sono più quelle di un tempo. In compenso visita le scuole, partecipa a manifestazioni anti-mafia e a ogni occasione utile si batte per diffondere una cultura della legalità.
“Significa dare l’esempio. Significa opporsi. Ogni persona che incontro, ogni gesto che faccio, è tutto collegato alla necessità di liberare il mio paese dalla mafia.”
In una città come Palermo, dove la maggioranza di negozi e imprese paga regolarmente il pizzo, non è così facile come sembra.

Per questo, alla fine, confessa al giornalista:“Questa città è un po’ una prigione per me, mi butta giù. Ogni tanto ho bisogno di andare via. Ho anche vissuto a Parigi per un anno e mezzo. Tuttavia non potevo trattenermi dal pensare a Palermo, nonostante tutti i problemi, la merda, la corruzione che oggi è anche peggio di quanto non fosse prima”.

“Questi sintomi d’amore amareggiato sono familiari a chiunque abbia vissuto in Sicilia per un periodo prolungato di tempo. Il posto è esasperante, auto-distruttivo e quasi senza speranza.
Eppure non ci si può semplicemente scrollare questa città di dosso.

Nonostante non risponda al tipo di amore che si vorrebbe avere per essa”.

Foto: www.artapartofculture.net

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