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inchieste tra giornalismo e racconto

Mafia: le donne pentite dei boss e il supporto delle associazioni senza finanziamenti

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E’ morta a Palermo Agnese Piraino Leto, vedova del giudice Paolo Borsellino ucciso dalla mafia nel 1992. Ripropongo questo articolo, dove vengono fuori verità importanti spesso trascurate dai media: le insopportabili lacune istituzionali e culturali del nostro Paese nella lotta alla criminalità organizzata.

Vidi Gioacchino Genchi a Roma, sul palco della Locanda Atlantide di San Lorenzo, dove era stato invitato dai giovani studenti di Notti contro le mafie per ricordare l’anniversario della nascita di Paolo Borsellino. Mi colpì tantissimo. Quel poliziotto, così dannatamente bravo con le intercettazioni e parte attiva nella storia della seconda Repubblica e nelle indagini di Falcone e Borsellino, ha avuto un ruolo chiave nei processi di mafia più delicati del nostro Paese: le talpe nel Ros di Palermo, il caso Dell’Utri, i capi di Cosa Nostra e i colletti bianchi, la vicenda Cuffaro e la sanità siciliana, fino alle inchieste e alle intricate vicende che segnano l’origine e il declino di Tangentopoli. Mi colpì perché Genchi non appare quasi mai in pubblico, non partecipa o non viene invitato a far parte del circuito tradizionale dei media, sebbene sia considerato da vent’anni il più abile consulente telematico delle Procure. Però quel giorno era lì, in mezzo ai giovani, a parlare degli aspetti delle organizzazioni criminali su cui raramente si instaura il dibattito culturale. Quelle che riguardano il cosiddetto “codice d’onore” degli uomini della mafia: “Giovanni Falcone lo aveva capito -disse Genchi- e ha saputo davvero cogliere quanto la mafia viva di contraddizioni tangibili nel mito della famiglia o dei matrimoni incrociati, cioè nella cultura mafiosa dell’onore. Non ci si sofferma mai, ad esempio, sulle donne di mafia. Le mogli dei mafiosi sono delle vittime, come dimostrano le confidenze telefoniche che queste donne si fanno: raccontano alla propria sorella o alle amiche cosa vuol dire dover sposare un uomo che non si ama solo perché si è figlie di un boss o dover piangere un figlio morto e invece amato, ucciso per questioni di mafia. Se si raccontassero queste e altre tragedie che vivono le famiglie mafiose, io credo che si potrebbe dare un contributo importante alla società e alla mafia stessa per potersi analizzare dall’interno”.

Mi viene in mente Rita Adria, la ragazza di una famiglia mafiosa siciliana che a 17 anni decide di collaborare con la giustizia e con Paolo Borsellino, che la protegge. Ma dopo la strage di via D’Amelio, Rita perde la fiducia nella giustizia e si uccide. Ci sono donne che hanno sfidato la mafia per amore. Come Carmela Iuculano, moglie di un boss mafioso legato ai Corleonesi di Bernardo Provenzano o Serafina Battaglia, testimone implacabile in moltissimi processi. E poi c’è la pentita Giusy Vitale, connessa a Totò Riina e detta “Lady mafia”: prima ‘donna boss’ della storia siciliana, ma che poi ha abbandonato la mafia, e i legami di sangue, per collaborare con la giustizia. “L’ho fatto per i miei due figli”, disse. Donne passate alla storia per essersi fatte spazio nell’universo maschilista della criminalità organizzata. E proprio perché quello mafioso è un universo maschilista, il pentitismo delle donne di mafia si può intendere come vera e propria “lotta culturale”. Ne è pienamente convinta Anna Puglisi, cofondatrice del Centro siciliano di documentazione “Giuseppe Impastato” di Palermo e dell'”Associazione delle donne siciliane per la lotta contro le organizzazioni mafiose”. L’associazione, assieme al Centro Impastato, è stata accanto a tante donne che si sono ribellate all’ambiente mafioso.

Tuttavia, in un’intervista rilasciata tempo fa al quotidiano La perfetta letizia, Anna Puglisi ricorda come il Centro antimafia di cui è fondatrice continui a essere autofinanziato, non riuscendo a ottenere dalla Regione una legge che fissi i criteri oggettivi per l’erogazione dei finanziamenti. Il Centro sopravvive grazie alle donazioni e al 5 per mille perché contesta le pratiche clientelari di erogazione del denaro pubblico, che non è una questione di poco conto. E poi fa presente come nelle scuole sia ancora difficile stabilire un contatto diretto con gli studenti, a inserire progetti di lavoro su mafia, antimafia e legalità democratica.

Gli enormi sforzi compiuti da questa e altre associazioni per rimanere in piedi, dicono che si può e si deve fare di più. Nella lotta alla mafia serve il sostegno delle istituzioni. Passando anche per le scuole, inserendo nei programmi didattici insegnamenti specifici volti alla promozione della conoscenza e degli aspetti non televisivi della cultura mafiosa.
Come disse Genchi quella notte: “la mafia uccide la libertà. L’unico vero antidoto nella lotta alla mafia è la scuola, l’istruzione. Solo la cultura può respingere la violenza”.

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