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Giustizia e riforme: un dibattito ancora aperto

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Tempo fa ho assistito al dibattito “Riforme e Problemi della Giustizia” in Italia, presso la facoltà di Scienze Politiche dell’Università di Roma Tre, dove sono intervenuti il Professor Paolo Alvazzi Del Frate (Professore ordinario di Storia del Diritto Medievale e Moderno) e il Professore associato di Diritto Costituzionale Comparato Carlo Maria Chimenti (ex funzionario parlamentare ed ex magistrato).

Si è trattato di un dibattito meno politico possibile, che ha messo sul tavolo riflessioni connesse direttamente a quella ‘riforma giudiziaria’ da attuare nel Paese di cui oggi si sente tanto parlare. Il dibattito ha portato anche a riflettere su quelli che sono i problemi della Giustizia in Italia, e a cosa potrebbe servire risolverli.

“L’illegalità- spiega Del Frate- è oggi così largamente diffusa in Italia da non costituire nemmeno più un motivo di stupore per l’opinione pubblica, venendo sempre meno l’idea di giustizia come bene comune”. Viene subito sottolineato, cioè, come il deficit di cultura democratica, che si sta diffondendo sempre di più nel nostro Paese, sia soprattutto imputabile alla tendenza degli italiani a non approfondire la conoscenza e l’origine degli attuali problemi del Paese.

La constatazione di come oggi si stia diffondendo questa crisi di legalità, intesa come valore condiviso ed elemento fondante della società, passa proprio attraverso l’analisi accorta dei problemi che riguardano la giustizia italiana, tra i quali il principale è la conflittualità continua con il potere politico.

Come spiega Alvazzi Del Frate, tale conflittualità sarebbe determinata dal fatto che nel nostro Paese queste due sfere si mischiano e si sovrappongono in un intreccio confuso di competenze, che chiamano in causa “fattori nobili e non nobili”.

“Pensiamo, ad esempio, all’immunità del parlamentare-continua sempre il Professore- un fattore ‘nobile’ se lo si intende nei termini di un’importante e preziosa conquista di civiltà (l’autonomia di un politico ad agire senza continue ingerenze, magari ingiustificate, da parte della magistratura è infatti anche una garanzia in più per la tutela dei cittadini), ma tale fattore diventa ‘non nobile’ nel momento in cui l’ immunità, per abuso, dovesse trasformarsi in impunità, andando cioè a minare il ruolo esecutivo della magistratura, di fatto ostacolata nel richiamare la politica al rispetto della legge”.

Un altro ambito in cui il ‘fattore giustizia’ si sovrappone con la politica è quello che riguarda la separazione delle carriere: “l’elemento del nostro sistema giudiziario più ammirato all’estero e di cui però in Italia si desidera la fine. La separazione delle carriere comporterebbe l’abolizione dell’obbligo dell’azione penale e il crollo del controllo magistrativo, ponendo i pm sotto l’egida del potere esecutivo: cioè la fine della giustizia”, dice Alvazzi Del Frate.

Ma se i problemi della giustizia italiana sono, oltre questa sovrapposizione, anche la lentezza nel civile e nel penale, la pessima distribuzione dei giudici sul territorio e la carenza di strutture e strumenti- come emerge dal dibattito- per quale motivo certi politici chiamano oggi in causa la Costituzione?

Cosa c’entra la volontà di cambiare la Costituzione con la giustizia e la sua riforma?

A rispondere è il Professor Chimenti: “La riforma non è un bene in sé. Riformare per riformare non serve a nulla. Il riformismo va promosso per modificare solo quello che funziona male. E solo se la riforma porti poi dei reali vantaggi. In via di principio, dopo 60 anni probabilmente è vero che la Costituzione avrebbe bisogno di qualche ritocco, ma prima definendo cosa non va e poi intervenendo solo lì. Se si vuol mettere mano alla Costituzione, poi, dobbiamo vedere se gli italiani siano d’accordo, se siano cioè disposti a rinunciare anche a qualche valore contenuto nella Costituzione stessa. Del resto è per questo che esistono i referendum”.

Ed è proprio sul riferimento alla Costituzione e ai suoi valori che si inserisce un commento inevitabile sul famigerato ddl intercettazioni.

Secondo Chimenti, a proposito di questo decreto legge “occorre bilanciare tre diversi valori per poi capire, inevitabilmente, quali di questi 3 valori debba avere proprità: tutela della legalità, tutela della libertà di stampa, tutela della privacy”.

Per il Professore non c’è dubbio che debba prevalere il valore della legalità, “in nome del motto latino secondo cui “primum vivere, deinde philosophare”: senza legalità non si vive”.

(Questo mio articolo è stato pubblicato originariamente su laveracronaca.com)

Written by Cronache Bastarde

27 gennaio 2012 a 18:52

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