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Donne e lavoro: Italia vergognosa

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La questione è una di quelle che rende l’Italia un caso anomalo rispetto ad altri Paesi europei: il 37% delle donne italiane è costretta ad abbandonare il proprio lavoro per dedicarsi alla prole. A confermare ancora una volta come la cura dei figli implichi pesanti conseguenze sulla vita lavorativa femminile è l’ultimo rapporto Istat, secondo cui fra donne, lavoro e famiglia, all’inizio del 2012, c’è ancora in molti casi un rapporto conflittuale.
Sarebbero infatti 702 mila le occupate con figli minori di 8 anni che dichiarano di aver interrotto temporaneamente l’attività lavorativa per almeno un mese dopo la nascita del figlio più piccolo (il 37,5% del totale delle madri occupate). L’assenza temporanea dal lavoro per accudire i figli continua a riguardare, invece, solo una parte marginale di padri, malgrado la possibilità di poter anch’essi ricorrere al congedo parentale. In pratica 4 donne su 10 abbandonano il lavoro per badare ai figli.
Si tratta di uno squilibrio che, più in generale, rientra nella tendenza di far gravare sulle donne la responsabilità di cura di bambini, anziani e disabili. I motivi? Oltre al persistere di una mentalità fortemente sessista, la mancanza di servizi (e normative) in grado di sostenere le donne aiutandole a conciliare lavoro e famiglia. Ad essere penalizzate sono soprattutto le lavoratrici appartenenti alla classi centrali di età, tra le quali si registra uno scarto nei tassi di attività tra nubili e coniugate.
In sostanza, quando diventa più pressante la necessità di conciliare vita personale e professionale, il fattore genere diventa particolarmente discriminante circa la permanenza nel mercato del lavoro.

Una differenza ancora più fastidiosa in termini salariali, dato che le donne percepiscono in molti casi stipendi più bassi rispetto ai loro colleghi parigrado (un vero e proprio smacco per il 43% delle manager di piccola o media impresa che non ha figli).
Molte donne (il 22%) riferiscono poi di lavorare part-time proprio perché i servizi e le strutture per la cura dei bambini o degli anziani non autosufficienti sono assenti, inadeguati o hanno costi troppo elevati. E’ principalmente questo il vero e proprio ostacolo alla conciliazione tra vita familiare e lavorativa.
Secondo i dati dell’Eurostat, inoltre, l’Italia non solo è il Paese europeo con il più basso livello di occupazione femminile, largamente al di sotto della media dell’Ue, ma risulta essere allo stesso tempo uno di quelli col tasso minore di natalità, al penultimo posto davanti alla Spagna. Dati tutt’altro che incoraggianti, visto che sviluppo economico e situazione demografica dovrebbero andare di pari passo. Paesi come la Svezia, che negli ultimi 20 anni ha investito tantissimo su politiche sociali finalizzate alla parità tra i sessi, sono ora ai primi posti della classifica demografica europea.
La percentuale di utenza infantile italiana è infatti solo del 7%, contro la media del 30-40% dei Paesi del Centro e Nord Europa. E questo non solo perché gli orari di apertura e chiusura degli asili spesso non coincidono con quelli lavorativi delle madri, ma anche perché gli asili pubblici per i piccoli sotto i tre anni non sono aumentati, al contrario di quelli privati che sono passati dal 7 al 20% dell’offerta totale negli ultimi 10 anni.
Fino a quando la maternità verrà vista negativamente in ambito lavorativo continuerà ad essere estremamente difficile, per molte donne, ambire alla completa realizzazione personale. Il Ministro Elsa Fornero, in diverse occasioni, ha lanciato un condivisibile invito all’uguaglianza dei ruoli nella coppia. Ma quanto tempo (e in che modo) si potrà scardinare lo stereotipo del maschio capofamiglia? Non sarebbe più opportuno cominciare con concrete politiche di occupabilità in grado di valorizzare per via legislativa la forza lavoro femminile in tutti i settori?

(Questo mio articolo è stato pubblicato originariamente su laveracronaca.com)

Written by Cronache Bastarde

24 gennaio 2012 a 17:52

Pubblicato su Donne

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